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Ripensare la lingua di domani: tra violenza di genere e prospettive rovesciate

Ripensare la lingua di domani: tra violenza di genere e prospettive rovesciate

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“Naturalmente ho paura, perché la trasformazione del silenzio in linguaggio e azione è un atto di auto-rivelazione, che sembra sempre irto di pericoli”
(Audre Lorde)

Nel 2013, una ragazza di 15 anni di nome Carolina Picchio si tolse la vita dopo aver ricevuto un insopportabile slut shaming a seguito di un video – agito, filmato e diffuso senza il suo consenso – che la riprendeva durante uno stupro collettivo.

Nel 2017 l’allora presidente della Camera Laura Boldrini comunicò con un post su Facebook che non avrebbe più tollerato gli insulti sessisti che tantissimi utenti della piattaforma le scagliavano contro, e denunciò il loro operato. Sempre nel 2017, l’hashtag #MeToo iniziò a imperversare prima online, poi riversandosi nelle piazze, portando a galla le nefandezze di un intero sistema e dando vita a una svolta senza precedenti nell’industria di Hollywood.

E poi, nel 2022, la nostra social media manager si ritrova quasi quotidianamente a combattere contro commenti che offendono le modelle protagoniste di post e reel. Naturalmente potremmo andare avanti per ore. 

Cosa hanno in comune queste vicende, diverse per collocazione geografica, tempistiche e livello di gravità? Diversi punti focali: il maschilismo, la sessuofobia, la normalizzazione di un linguaggio d’odio e la violenza, che dalla rete si sposta in una dimensione ben più tangibile. 

Si può guardare la violenza di genere da un altro punto di vista? O, meglio ancora, si può tentare di rovesciare il preoccupante trend senza farsi sopraffare dalle impressioni personali sui mezzi di comunicazione digitali che, troppo spesso, amplificano e moltiplicano la sensazione d’impotenza (e di vivere un’epoca oscura)? 

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne abbiamo voluto riflettere su alcuni aspetti solo in apparenza lontani, ma in realtà estremamente connessi tra loro, viaggiando tra sociolinguismi, esperienze e pratiche femministe radicali. 

Per una lingua che scopra una realtà sconosciuta

In linguistica, l’ipotesi di Sapir-Whorf, o “ipotesi della relatività linguistica”, afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Non solo: questa ipotesi assume anche che il modo di esprimersi di un individuo, o di un gruppo umano, determini il nostro modo di pensare. «L’interdipendenza tra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è una diversità di suono e di segni, ma di modi di guardare il mondo».

Le categorie espresse dalle strutture linguistiche sono numerose, e tra queste rientra anche il genere grammaticale. In alcune lingue, tra cui l’italiano, perfino gli oggetti inanimati hanno un genere e questo, secondo la psicologa e accademica Lera Boroditsky, influenza l’immaginario che ne abbiamo in quanto esseri parlanti (e pensanti). Ovviamente, quando pensiamo ai termini che si riferiscono a persone, la questione diventa ancora più pressante. 

Se la lingua, dunque, condiziona la nostra visione del mondo tanto quanto l’ambiente culturale e sociale in cui cresciamo, possiamo intravedere qualche correlazione tra i femminicidi (49 in Italia solo nell’ultimo anno), o l’odio online, che nel 2021 ha colpito, oltre ad altre minoranze, soprattutto le donne che lavorano, e le tante parole di uso comune che si portano dietro un sistema di valori estremamente patriarcale.

Non parliamo solo degli insulti legati alla (presunta) condotta sessuale delle donne, o agli stereotipi che vogliono le persone di genere femminile più legate alla cura e alle mura domestiche. Ci hanno insegnato che il maschile plurale è universale e che non servono distinzioni di sorta per indicare, per esempio, un “avvocato femmina”. Come sorprenderci, dunque, se l’egemonia del maschile sovrasta, nei fatti, anche la capacità di immaginare realtà alternative, ancora bollate come estreme?

Si continuano a pronunciare espressioni come “donna con le palle”, o a parlare di “un uomo che piange come una femminuccia”; ma un linguaggio che porta avanti dei retaggi culturali che opprimono plasmerà una realtà scomoda per le donne, e non solo. Possono sembrare piccole questioni rispetto al macro-problema, semplici modi di dire di uso comune, ma le parole usate con superficialità sono macigni che esasperano bias e pregiudizi, e cristallizzano una società che non può evolvere, perché imprigionata dentro ai si è sempre fatto/detto/scritto così

Alla luce di questo, possiamo allora provare a immaginare una lingua che guardi il mondo in modo diverso? 

Si tratta di un percorso, un processo che, come tutti quelli che passano dal linguaggio, è spesso arduo e non lineare, perché non è semplice scardinare certe abitudini né cambiare il modo di esprimerci. Ma la lingua può continuare a scoprire il mondo, aggiungendo anziché sottraendo, per creare un “capitale di parole” sempre più più elaborato e inclusivo. Un capitale di strumenti, modellati con lo scopo di identificare chi siamo.

Stiamo vivendo una distopia? 

I numeri della violenza di genere in rete sono “fintamente” numeri: sono nomi e cognomi, sono voci che odiano e corpi sotto attacco. I dati sembrano mostrarci una realtà distopica, negativa, in cui l’esposizione all’odio è moltiplicata e in crescita. La pandemia, per esempio, ha acuito il problema della violenza domestica, restituendoci numeri in aumento per quanto riguarda le molestie e le aggressioni denunciate, oltre che per i casi di femminicidio. Online la situazione non sembra migliorare: tra le tante forme di abuso e violenza legate alle tecnologie digitali, molte di queste passano per il linguaggio.

«La violenza in rete ha le sue caratteristiche specifiche tra cui una strisciante intrusività: secondo dati recenti, hanno subito aggressioni online più di un terzo delle donne del pianeta e quasi tre quarti delle vittime di violenza digitale sono arrivate a temere per la propria incolumità fisica. Il 35% ha riportato danni alla salute mentale e il 7% ha perso o cambiato lavoro, spesso per evitare la costante presenza online», scrive Lilia Giugni. In realtà, è bene ricordare che, pur avendo sottomano una serie di informazioni che meritano attenzione e, soprattutto, azione, è importante ricordarci quanto gli strumenti del digitale abbiano svolto un ruolo importante nella diffusione delle consapevolezze. Ci sono più casi anche perché sono maggiori le denunce, e maggiori i mezzi per monitorare ogni atto violento. 

Dove ci sono oppressioni e soprusi, spesso ci sono resistenze. Come combattere un fenomeno pervasivo e strisciante? Possiamo bussare alla porta di due alleate potenti e inaspettate: immaginazione e narrazione.

Piccole storie di cambiamento che arrivano dal futuro

La riappropriazione di termini offensivi che, ricollocati, acquisiscono un nuovo significato, è una pratica adottata da diverse minoranze, con storie differenti alle spalle. Basti pensare alla parola queer, un tempo insulto rivolto a chi non si conformava alle norme sociali e oggi bandiera identitaria di un’intera comunità, o all’insulto razzista n***a, che la comunità afroamericana ha reclamato con forza e fierezza.

Parole come “troia”, “zoccola”, “cagna” sono usate per insultare le donne che, pur non essendo una minoranza, sono una precisa categoria politica. Un esempio su tutte in questo caso è l’autrice, artista e attivista Itziar Ziga che con il suo Devenir Perra (letteralmente: “Diventare Cagna”) ha sdoganato l’offesa violenta facendola propria, reinventandola.
Potrebbe sembrare straniante usare proprio gli strumenti del potere patriarcale, ma il punto è: se una parola come “puttana” è ritenuta offensiva nei confronti di una donna è perché designa una persona che che sta andando oltre l’ordine prestabilito per il proprio genere, oltre i confini sociali imposti.  Riappropriarsi di questi termini come fossero vestiti, da indossare e sfoggiare con fierezza per graffiare la realtà e ribaltarla, non è solo un atto linguistico, di creazione, ma anche una dichiarazione di intenti. Un atto di trasformazione del reale

Come recita uno slogan femminista, “le strade sicure le fanno le donne che camminano”, allo stesso modo gli spazi digitali “li fa” chi li abita. Per migliorare i luoghi virtuali che frequentiamo è importante una partecipazione consapevole, ancor più di una normativa. 

Per esempio, la sociolinguista Vera Gheno, attivissima nel lavoro di studio, ricerca e diffusione per un italiano più inclusivo, risponde spesso a chi dice che la questione femminile linguistica sia una quisquilia di poco conto. “Sono solo parole, i problemi sono ben altri, giusto?”. Beh, non proprio. Perché, se di per sé usare i termini corretti, i femminili professionali e cercare alternative al maschile sovraesteso non risolverà il problema della violenza di genere o della disparità, aiutare a normalizzarne l’utilizzo nel linguaggio comune può creare possibilità prima assenti, come quella di immaginare le donne nei luoghi di lavoro un tempo (o ancora) inaccessibili, o aiutare a connotare come violenti e dannosi atteggiamenti spesso considerati innocui (“Ti vedo nervosa, hai il ciclo?”). 

C’è chi addirittura accusa la studiosa di stuprare l’italiano, e forse non si accorge di perpetuare la stessa violenza attraverso la scelta dei termini, anteponendo la (presunta) sacralità della grammatica al diritto di ogni donna di non essere offesa (o triggerata), sociolinguista in questione compresa.

A chi invece accusa di voler usare lo schwa o altri stratagemmi solo per provocare, potremmo rispondere che fare rumore serve. Il linguaggio sessista e violento non disturba la quiete perché è parte di un humus che lo ha alimentato per secoli. Perché allora non far esplodere le fanfare, dare il via a una festa dirompente che cambi le regole, se il risultato è essere ascoltate, trasformare la realtà? “Il silenzio non ti proteggerà”, scriveva Audre Lorde.

La violenza di genere è, inoltre, ancora raccontata molto male sui media: si usano ancora parole come “amore passionale” e si romanticizzano i casi di femminicidio o di stupro, inserendo dettagli che infantilizzano o colpevolizzano la vittima (aggettivi come “bella, fragile” o “turbolenta” o, ancora, “dal passato movimentato”). Esiste certamente un movimento dal basso che critica determinati titoli –come racconta la giornalista Giulia Siviero– che a volte poi vengono cambiati, ma silenziosamente. Si deve, invece, ribaltare la narrazione: rimettere al centro la violenza perpetrata ai danni di una persona, lasciando fuori concetti e plot da favola nera o da romanzo rosa. 

Creare spazio per un’evoluzione del linguaggio significa accogliere l’evoluzione di una comunità di parlanti, adottare nuove forme inclusive che riflettano e costruiscano una realtà in cambiamento.

Con tutta probabilità, la lingua del futuro non sarà prescrittiva: non è un elenco di cose che “non si possono più dire”, ma un rizoma di possibilità che espandono orizzonti. Non è pura, ma frutto di contaminazioni e sperimentazioni, sbagli, tentativi. 

È inclusiva, ma non per il motivo che potremmo pensare. Non per assoggettarsi all’altare laico del cosiddetto “politicamente corretto”, o per scalare le vette dei trend con un hashtag di successo, né per crogiolarsi in una patina progressista superficiale. La lingua del futuro è multiforme per accogliere una realtà diversificata e finalmente esposta. È cangiante: accoglie forme forestiere e, laddove ancora non c’è, crea, inventa, moltiplica. Per risintonizzare testa e lingua su scenari ibridi e fluidi, per abbracciare dal basso ciò che è stato negato per secoli dall’alto. E, soprattutto, perché sia possibile raccontare un mondo senza la lente violenta sedimentata nel lessico, nelle espressioni, nelle azioni. Per creare spazi immaginativi curiosi, che si riflettano sul reale. 

“Se non mi definissi, verrei schiacciata nelle fantasie degli altri e mangiata viva”, ha detto la già citata Audre Lorde durante un discorso all’Università di Harvard nel 1982. Nessuna persona dovrebbe essere lasciata da sola nell’atto di reclamare e riscrivere un linguaggio meno sessista: perché immaginare una lingua che non ci faccia più male è un’avventura collettiva per le donne, per gli uomini e per ogni genere nel mezzo.

di
Primavera Contu
Copywriter

Copywriting, storytelling, sceneggiatura: di mestiere invento le cose, poi le scrivo.
Language nerd, innamorata dei formati seriali, dell’hip-hop e del synth pop.