Spotify Wrapped: la capsula del tempo che non puoi fare a meno di amare

Spotify Wrapped: la capsula del tempo che non puoi fare a meno di amare

Il mio brano preferito dell’anno è stato “Mai Dire Mai (La Locura)” di Willie Peyote. Il mio artista preferito è stato LIBERATO, per cui rientro nello 0.5% degli ascoltatori top. I miei mood principali sono buonumore e angoscia e il podcast che mi ha fatto impazzire quanto O’TIRAGGIR è stato Muschio Selvaggio. 

Ho dei dati così precisi sul mio divagare melodico perché il 1 dicembre è uscito Spotify Wrapped, la campagna di marketing virale lanciata nel 2015 dal servizio svedese di streaming musicale. 

Ogni anno, Spotify crea per ogni utente un recappone delle sue attività sulla piattaforma: dice ad ognuno la somma dei minuti ascoltati, i generi che abbiamo preferito, la classifica dei brani che ci sono piaciuti di più, il numero di artisti che abbiamo seguito… Il tutto, facendoci sentire speciali, unici, C-A-P-I-T-I. 

Negli ultimi 10 giorni amici e sconosciuti ci hanno intasato le Story con i loro Wrapped. Ma perché ogni anno migliaia di utenti al mondo non vedono l’ora di celebrare il fatto che Spotify raccolga i nostri dati? Secondo me, per questi 3 motivi: 

Perché esprime la nostra identità

Giornalmente compriamo oggetti e servizi sia per rimarcare la nostra identità (a noi stessi internamente), che per segnalarla (al mondo esternamente). Il marketing cerca in tutti i modi di attingere a questo desiderio inconscio e facendo leva su questa necessità, ci convince a prendere in considerazione qualsiasi cosa ci permetta di comunicare agli altri chi siamo e cosa ci interessa.

Spotify Wrapped ci tocca proprio lì: ci ricorda che vogliamo che tutti sappiano cosa ascoltiamo e perché lo ascoltiamo. Soprattutto, che vogliamo che gli altri associno alla nostra persona tutto l’immaginario collegato ad un determinato artista o genere. Se ascolti Kanye West è una cosa, i Måneskin un’altra, la techno berlinese, un’altra ancora. 

 

Perché ci fa sentire parte di una community

Spotify è riuscito a dare vita ad una tradizione, un vero e proprio momento culturale. C’è chi aspetta il Natale, chi aspetta l’uscita del nuovo Iphone, e chi aspetta il Wrapped.

Ogni anno verso fine novembre sappiamo tutti che sta per arrivare. Tutti mentiamo, dicendoci che non ci interessa sapere il nostro artista più ascoltato e tanto meno vedere quello degli altri.

Una volta che arriva il Wrapped poi, tutti ci vergogniamo di vedere nelle slide quella canzone o quell’artista che-giuro-mi-devono-aver-hackerato-il-profilo (per me sono i Pinguini Tattici Nucleari, che-giuro-non-so-come-ci-siano-finiti-lì-dentro). Tutti alla fine ci arrendiamo, e tutti ammettiamo che Spotify che ci dice quale sarebbe la colonna sonora del nostro film, se solo il nostro anno appena passato fosse un film, è una gran figata.

Tutti. Perché siamo tutti sulla stessa barca. O insomma, nella stessa community.

E perché ci racconta la nostra storia 

Amiamo Spotify Wrapped perché ci dice cose di noi che non sapevamo. O meglio, le sapevamo, ma non le sapevamo-sapevamo. Io sapevo che la canzone portata da Willie Peyote a Sanremo era stata una rivelazione, ma non sapevo di averla ascoltata 80 volte. 

Wrapped ci mette davanti tutto: i nostri guilty pleasure, quella volta che ad agosto avevamo voglia di Natale e ci siamo sfondati di Michael Bublè e quella che abbiamo dovuto prestare il profilo alla zia per la festina di nostro cugino.

Ti dice che i tuoi generi musicali preferiti sono l’indie e il pop italiano e che quindi è inutile che continui a dire che ti piace “solo l’electro”. Che Demoni Urbani te lo ascolti un po’ troppo, e che forse una motivazione dietro agli incubi che fai la notte c’è.

Il Wrapped è un po’ come quel tuo amico che non vedi mai ma che quando lo vedi è sempre bellissimo. Ma anche un po’ come una multinazionale che riesce a farsi una quantità indicibile di pubblicità gratis registrando tutto quello che fai e convincendoti pure a farlo vedere al resto del mondo. E va benissimo così.

di
Ornella Begalli
Social media manager

Mezza messicana, mezza italiana, mi sento a casa quando parlo inglese. Mi vesto tutti i giorni di nero ma trovo sempre una scusa per riempirmi la faccia di brillantini. Carlo Emilio Gadda è il mio arci-nemico, sono più una tipa alla Ginzburg.

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