Semiotica, questa sconosciuta.

Semiotica, questa sconosciuta.

Perché per un professionista della comunicazione
è importante masticarne almeno un po’

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Prendiamo un orologio. Intorno ai sei o sette anni, i bambini imparano a leggere l’ora sul quadrante, analogico o digitale che sia. L’abilità acquisita resta per tutta la vita, ma nel corso di essa ci dimentichiamo del come abbiamo imparato a leggere l’ora e a governare la nostra azione diventano il perché averla presente e quando tenerla d’occhio. Tutti teniamo conto del tempo, ogni giorno, e tutti sappiamo come fare.

Invece, solo dei tecnici, degli orologiai in questo caso, conoscono alla perfezione come funzionano gli ingranaggi e sanno quali circuiti, quali movimenti di rotelle permettono alle lancette di girare o al display di illuminare i numeri giusti al momento giusto.

Ecco, interpretare un testo per capirne il significato – e con la parola “testo” intendo tutto ciò che ha senso per qualcuno, ma ci tornerò – equivale a leggere l’ora e non ha bisogno di ulteriori strumenti e sforzi d’analisi. Si potrebbe dire che, di base, le condizioni a cui dobbiamo sottostare abitualmente per capire ed essere capiti sono due:

  • condividere il panorama culturale del nostro interlocutore per comprenderne pienamente tutti gli aspetti, di cui la maggior parte si interiorizzano vivendo, letteralmente, in un determinato ambito culturale geolocalizzato;
  • utilizzare una lingua, ma soprattutto una tipologia di linguaggio, che conosciamo e padroneggiamo a sufficienza.

 

A questo punto, se parlassimo di interpretazione l’articolo potrebbe fermarsi qui. Invece no.

Quando ho deciso di studiare semiotica, la seconda cosa più difficile, dopo l’iscrizione online all’università e la ricerca di un posto dove vivere nella Bologna “che non dorme mai”, è stato spiegare ad amici e parenti in cosa consistesse la disciplina, sconosciuta ai più. E, lo ammetto, difficile è stato anche passare sopra l’inequivocabile espressione dei miei interlocutori che sottintendeva che avrei fatto meglio a iscrivermi all’università della vita o alla facoltà di gingillometria e scienze confuse, che sicuramente mi avrebbe garantito più lavoro di semiotica. A patto di capire cosa fosse in tempi brevi.

Andando avanti con gli studi e perfino un anno dopo la laurea, la situazione non è cambiata molto. Spesso mi viene domandato cosa sia, e soprattutto: a cosa serve?

La mia professoressa di metodologie di analisi all’università – autrice reale della metafora dell’orologio e responsabile della mia passione, mista a una sorta di timore reverenziale per la disciplina – dice che chi fa analisi semiotica sia fondamentalmente come l’orologiaio:

serve ai professionisti della comunicazione che non si accontentano di leggere l’ora, ma vogliono capire come sia possibile che l’ora sia segnata e misurata, ed eventualmente come si costruisca un oggetto con una meccanica in grado di farlo.

In gergo, in semiotica si parla di livello profondo: con questo non bisogna intendere che la disciplina, a vocazione scientifica, vada a cercare significati soggiacenti nascosti o occultati agli occhi di inesperti o di un lettore disattento, bensì indica l’esistenza di quegli “ingranaggi” che permettono la costruzione di un testo e di conseguenza l’attribuzione del senso.

Per farla breve: ciò che fa muovere le lancette, in sostanza.

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Ho detto che per testo s’intende tutto ciò che ha senso per qualcuno non per complicare arbitrariamente le cose, come del resto pare fare di proposito la semiotica, ma per espanderle: i racconti, le fotografie, le immagini, gli oggetti, i prodotti audiovisivi, la musica, i comportamenti, le pratiche, fino alle città, ai progetti di vita, sono da considerare tutti dei testi. Sono qualcosa, qualsiasi cosa, un soggetto sottoponga a ipotesi interpretative.

Ecco che agli occhi di un semiologo “tutto è testo”, a patto che abbia significato per qualcuno e il valore intrinseco della semiotica sta proprio qui: la costruzione di significato si può analizzare riducendo il ragionamento a un’equazione tra i suoi elementi elementari.

Bistrattata, sconosciuta e certamente banalizzata, la semiotica agisce serena passeggiando indisturbata a passo lento e sguardo basso, tra discipline che apparentemente non hanno niente a che fare con lei, come la linguistica, la letteratura, lo studio dei media o le scienze sociali. Perché, volenti o nolenti, è parte integrante della produzione dei significati, perfino quando se ne ignorano i meccanismi specifici. Fregando tutti.

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Di semiotica non si parla quasi mai – consapevolmente, perché potremmo dire anche che di semiotica si parla sempre e non sbaglieremmo – perché il lavoro semiotico non è imprescindibile dalla comprensione di un testo, bensì inizia dal significato che abbiamo già capito: potremmo chiederci come fa l’orologio a segnare l’ora, se non avessimo già compreso il concetto stesso di ora o imparato a riconoscere i numeri da piccoli?

Piuttosto, l’approccio semiotico incrementa la comprensione del testo perché, evidenziando i meccanismi soggiacenti al linguaggio, siamo in grado di toccare con mano – questa la sensazione che dà per un’addetta ai lavori – le relazioni tra gli elementi e gli ordini di importanza che non avevamo colto tramite una lettura più superficiale.

Per un professionista della comunicazione masticare un po’ di semiotica, anche a livello elementare, è un valore aggiunto: da strumento di analisi può diventare metodo di lavoro nella produzione di testi, siano essi artistici, politici, pubblicitari o dell’informazione.

Oggi viviamo un momento storico in cui sembra che abbiano la meglio la velocità, l’intuizione e un approccio più riassuntivo nella comprensione, nella produzione e nella trasmissione dei testi. Studiare la complessità che per definizione li costruisce, i testi, può dare l’impressione, almeno inizialmente, di complicare il lavoro a chi con la comunicazione ha a che fare ogni giorno; in realtà dona il potere di non esserne facilmente assoggettati o manipolati, permettendo di individuarla e smontarla come un castello fatto di mattoncini LEGO.

La semiotica, in realtà, basterebbe a spiegare sé stessa: è la struttura soggiacente della comunicazione che mostra, con chiarezza disarmante, la struttura soggiacente di un testo.

Essa mette in relazione gli elementi su base logica, individua gli attori del discorso, il piano narrativo – e un sacco di altri termini difficili che, ahimè, non saprei come chiamare diversamente, non me ne vogliate! – smontando pezzo dopo pezzo il testo.

Mi piace pensare alla semiotica come approccio all’interpretazione, ciò che spinge a smontare un senso dato in micro-elementi, che se messi in relazione diversamente sono in grado di produrre un senso diverso.

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Adottare la semiotica come filosofia, se vogliamo, insegna a non dare niente per scontato, a considerare ogni verità come la tua e non una assoluta verità, a rimaneggiare blocchi di significati e capovolgerli. Ma soprattutto si propone come uno strumento che fa da ponte alle interpretazioni, legittimandole tutte, rendendole raggiungibili.

Pensiero visibile fonda le proprie radici nel concetto simboleggiato dall’ombrello rovesciato: cambiamo il punto di vista sulla comunicazione, posando su di essa uno sguardo umano e umanista per svelarne l’essenza, superando l’apparenza e raggiungendo la sostanza.

In modo del tutto simile, la semiotica è espansione: illumina ciò che di solito è lasciato al buio, l’essenza, come se volessimo aprire un melograno per contare i chicchi, coglierne le sfumature e il sapore. Sfido: ne conosceremmo la dolcezza se un giorno, un curioso, non si fosse deciso ad aprirlo?

di
Isotta Tonarelli
Content Editor

Sono Isotta, mi piacciono le parole, tutte. Mi piace ancora di più chi le sceglie con cura perché riconosce nel linguaggio qualcosa di potente.
Tre cose a cui non posso rinunciare: le castagne ad ottobre, toccare tutti i gatti che incontro per strada, avere qualcosa su cui scrivere quando sono triste.
Amo viaggiare, spostarmi e poi tornare sempre a casa.
Ho adottato la semiotica come filosofia (o lei ha adottato me) perché non sono mai scesa a patti con l’idea che, delle cose, potesse esistere una sola ed unica interpretazione.