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Voguing: breve storia di una danza che celebra la comunità queer

Voguing: breve storia di una danza che celebra la comunità queer

«We’re not going to be shady, just fierce» ‒ Paris Is Burning, 1990.

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Prima del vogue: i luoghi sotterranei, la comunità queer e Harlem

È negli spazi invisibili agli occhi dei più che nascono le sottoculture più iconiche, forti e politicamente connotate.

Il voguing, o vogue, è sicuramente divenuto popolare e mainstream grazie a Madonna negli anni ’80 (ricordate? Strike a Pose!). Ma dove è nato in realtà e quali sono le sue origini? Per rispondere bisogna fare un passo indietro e parlare di come la comunità queer abbia popolato fin dalla fine dell’ottocento un mondo underground fatto di luoghi di spettacolo, intrattenimento e vita notturna. Saloon, cabaret, palchi sotterranei animati da spettacoli di drag queen (e drag king), ma anche speakeasy, i bar segreti tipici dell’epoca del proibizionismo in America, e, soprattutto, ball room, le piste da ballo: luoghi che nascono come rifugio, spazi di libertà clandestina in cui le identità LGBTQ+ erano non solo visibili, ma anche apertamente celebrate. 

La ball culture vera e propria, fatta di serate danzanti e competizioni di ballo tra diverse “house”, nasce negli anni ’60 a Harlem, New York City. Non è un caso: sboccia, infatti, in periodo di fortissime tensioni razziali, in un quartiere iconico, abitato dalla comunità afroamericana e latina, due minoranze fortemente marginalizzate e discriminate.

Ma cosa accomuna la cultura tipicamente afroamericana di Harlem e il movimento LGBTQ+?

Tra il 1920 e il 1935 il quartiere fu investito dall’Harlem Renaissance, un movimento intellettuale e culturale che metteva al proprio centro la vita delle persone nere e che animò il quartiere con un’esplosione di letteratura, arte e musica. L’ondata fu particolarmente influente nel processo che portò al fiorire di una cultura queer legata a quella black-americana. Molti degli artisti e delle figure di spicco legate all’Harlem Renaissance, infatti, erano apertamente gay o si identificavano con sessualità e identità di genere fluide, ibride, non convenzionali. Ciò che il movimento offrì fu non solo uno spazio –fisico e intellettuale– di espressione per le soggettività marginalizzate ma, soprattutto, un terreno fertile per la nascita di un nuovo linguaggio. Linguaggio che sfidava le strutture sociali, dimostrando come le distinzioni di razza, genere, sesso e classe fossero in realtà intersecate, oltre che in continua evoluzione.

Nel corso degli anni, Harlem ha continuato a essere un luogo vibrante di arte, attivismo e cultura queer. Non deve quindi sorprendere che anche il vogue, fenomeno inseparabile dalla drag culture e dalla cultura delle ballroom, sia fiorito qui, dall’intersezione tra la comunità LGBTQ+ e quella nera e ispanica.

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Dalla “Old Way” al Vogue Dramatic: una danza che racconta una storia 

Tra gli anni ’60 e ’80 i cambiamenti storici e sociali rivoluzionarono, almeno in parte, la vita delle persone LGBTQ+: nella notte tra il 27 e 28 giugno del 1969, i moti di Stonewall diedero ufficialmente vita al movimento e a ciò che sarebbe diventato il Pride, scatenando una sete di diritti che non si è più arrestata. Ma la strada era ancora in salita. 

Negli scantinati di New York continuavano le competizioni, che da sfarzose serate fatte di elaborate esibizioni divennero sempre più simili a delle battaglie. Nell’ambito di queste serate i danzatori, spesso in drag (ovvero en travesti), si contendevano i trofei e la reputazione delle loro “case”. Queste erano vere e proprie famiglie surrogate: le houses accoglievano chi, troppo spesso, era stato rifiutato dalla propria famiglia vera perché gay, lesbica, transgender. La violenza, il razzismo e la discriminazione imperversavano ancora sulle strade di New York, e non solo. In più, la comunità queer dovette affrontare la profondissima ferita dovuta all’epidemia di AIDS. Insomma, alla comunità servivano ancora luoghi sicuri in cui esprimersi.

Nelle ball room si iniziò a parlare di vogue: prendendo il nome dalla famosa rivista, la nuova danza si ispirava alle pose dell’alta moda e dell’antica arte egizia, aggiungendo anche ampi gesti delle mani. Una forma di movimento che intendeva, e intende ancora, raccontare una storia.

Attraverso la danza, drag queen e persone queer mostravano come il genere stesso sia una performance: simulavano l’atto di truccarsi, di acconciarsi i capelli, di indossare abiti stravaganti. La gestualità tipica del voguing veniva persino utilizzata per risolvere pacificamente e in modo creativo le dispute tra rivali, in un ambiente che presupponeva un certo grado di rispetto e compassione reciproci. Usando la danza e la pantomima, infatti, i voguers si “leggevano” a vicenda, secondo il gergo in uso. Alla fine, vinceva la persona che lanciava la migliore “shade”: un modo di mettere l’avversario in ombra

Con il tempo, lo stile del vogue è passato dalla “Old Way”, che enfatizzava i movimenti più secchi, gli angoli duri e le linee rette,  alla “New Way”, sviluppatasi verso la fine degli anni ’80, che ha aggiunto elementi come la passerella, la duckwalk, la rotazione, il bussey e la caratteristica esibizione delle mani. Oggi la New Way è caratterizzata da movimenti più rigidi e da “click” o contorsioni articolari. I sottogeneri del Vogue Femme e Vogue Dramatic utilizzano elementi simili al “New Way”, ma si concentrano più sulla velocità, sul flusso e sulle acrobazie, come spaccate e piroette.

Tra gli artisti e le artiste che hanno fatto la storia del genere ricordiamo Kristina Vega, detta anche Icon Kristina “The Ballerina” Richards, Sinia Alaia, conosciuta come “The Mother of Sex”, o Jose Xtravaganza.

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Raccontare e omaggiare, oggi, il voguing

Indipendentemente dallo stile, il voguing esprime il coraggio e testimonia la resistenza delle comunità LGBTQ+ nere e latine nel realizzare una forma d’arte che va oltre l’espressione creativa. Il voguing offre un senso di identità, appartenenza e dignità in un mondo che ancora non valorizza pienamente le loro vite. Si tratta non solo di un riparo, ma di un modo per avere il controllo sulla narrazione della propria storia

Diversi prodotti cinematografici e seriali hanno raccontato il mondo delle ballroom, come il documentario Paris is Burning, film iconico che cattura un’istantanea della storia del vogue dalla metà fino alla fine degli anni ’80, un ritratto di alcune delle e dei voguers più importanti della scena e il racconto delle sfide che hanno dovuto affrontare in termini di razza, genere, classe e sessualità. Un altro esempio è la serie glamour e scintillante di Ryan Murphy, Pose, che introduce elementi di fiction per narrare l’universo queer newyorkese di quegli anni, tra razzismo, transfobia, HIV, tanta musica e immensa creatività.

A noi di Pensiero Visibile piacciono le storie, in tutte le loro forme: qui abbiamo voluto raccontare quella del voguing non solo per la sua importanza, ma anche perché si tratta di un linguaggio espressivo che crea forme di libertà. Il voguing plasma uno spazio immaginativo in cui l’estetica e la vita LGBTQ+ possono essere esplorate in tutta la loro complessità, a tratti con ironia, a tratti con esibito dolore. Come è accaduto per tantissime altre esperienze artistiche, dalla musica jazz all’aerosol art, dobbiamo questa forma espressiva alle comunità afroamericane, che ancora oggi continuano a raccontare le complesse questioni di razza, visibilità, rappresentazione e appropriazione in un modo che incanta tutti e tutte. Omaggiando il voguing, si celebra una storia di marginalità e oppressione: violenze sistemiche alle quali la comunità queer ha scelto di rispondere con favolosità (per usare un termine storicamente caro alla community).
È importante farlo riconoscendo la sua genesi. 

di
Primavera Contu
Copywriter

Copywriting, storytelling, sceneggiatura: di mestiere invento le cose, poi le scrivo.
Language nerd, innamorata dei formati seriali, dell’hip-hop e del synth pop.