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BE PROUD OF YOURSELF

BE PROUD OF YOURSELF.

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È il 27 giugno 1969. Siamo all’interno dello Stonewall Inn, in Christopher Street, nel Village a New York. È l’1 e 20 del mattino, è notte fonda. Otto poliziotti in borghese fanno irruzione nel locale, arrestando solo “persone prive di documento d’identità, o vestite con abiti del sesso opposto”.

Fuori dal locale si ammassano persone, circa 2.000, urlando una frase che rimarrà nella storia: “Gay power!”. Nasce una lotta feroce tra la folla e la polizia, che si placherà a fatica. Le forze dell’ordine disperdono i manifestanti, ma poco male: la notte successiva si ritroveranno per le stesse strade, arrabbiati per i soprusi subiti per anni da parte della polizia.

È la goccia che fa traboccare il vaso: nemmeno un mese dopo nasce il Gay Liberation Front (GLF) che entro la fine dell’anno trova terreno fertile in tutte le città e università americane.

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Da questo drammatico evento nasce il Gay Pride, l’occasione in cui le persone hanno iniziato a manifestare per i propri diritti e per la libertà di essere sé stessi. Sono valori che vanno oltre l’orientamento sessuale del singolo, ma portano per le strade del mondo persone convinte che l’uguaglianza sia un valore assoluto da difendere ad ogni costo. E se oggi ancora si lotta per la parità, indipendentemente dal colore della pelle, dal genere o dall’orientamento sessuale, è perché i valori autentici sono più forti di tutto: sono quella marcia in più che ancora oggi ci fa indignare, ci fa sussultare, ci fa gridare. Al di là di ciò che siamo, di dove veniamo e di chi amiamo.

27 giugno 2019: a New York si celebra il 50° anniversario dei Moti di Stonewall durante il Gay Pride. Cinque milioni di persone si riversano per le strade della Grande Mela e sfilano. Bianchi, neri, asiatici, adulti e bambini. Gay, transgender, etero, di qualsiasi orientamento sessuale. Persone colorate dalla testa ai piedi, altre con una semplice maglietta. Non ci sono differenze, durante il Pride. Non ci sono a New York nel 2019, non ci sono nemmeno quando, l’anno precedente, ho partecipato al mio primo pride a Padova.

Ho visto persone di ogni tipo, per fortuna tanti, tantissimi ragazzi giovani. Ma ho visto anche coppie di mezza età, persone anziane affacciarsi alle finestre ed applaudire questa marea colorata che si era riversata per le strade. Sono momenti in cui non percepisci alcuna differenza: accanto a te sta camminando qualcuno che non conosci, di cui non conosci l’orientamento sessuale, ma è davvero così importante? La risposta è semplicemente no. No, non è importante. No, perché a un Gay Pride non sfilano solo omossessuali. Ci sono persone che sentono propri i diritti di tutti: il voler essere sé stessi. Che sia in uno sfoggio estremo di colori o in bianco e nero, questo non interessa.

Era il 2017 quando ho fatto coming-out, come si dice di solito. Non ero certo una bambina, avevo già 25 anni, quindi una consapevolezza diversa di me stessa. Non è un racconto drammatico, per mia fortuna: semplicemente, ho reso partecipi le persone a me più care di quello che avevo capito di me, di ciò che volevo e voglio dalla vita. Nessuna reazione scomposta, nessuna frase fuori luogo: un attimo di sconcerto, come è fisiologico che sia, ma nel tempo tutto è risultato normale, come in effetti dovrebbe essere.

La tua felicità è l’unica cosa che conta” sembra una frase scontata, ma non lo è assolutamente. Queste sono le parole che i miei genitori mi hanno ripetuto più volte. “Siamo preoccupati per ciò che ti circonda, non di certo per il tuo orientamento sessuale” è la grande verità che mi è stata ripetuta altrettante volte. Ma la realtà è che non ho mai vissuto l’amore come un problema, quindi per me in prima persona non è mai esistito nulla di cui discutere, di cui essere preoccupati, tristi o drammaticamente scandalizzati. Non esiste una differenza tra eterosessuale e omosessuale, siamo sempre persone. Saremo tutti simpatici, antipatici, con pregi e difetti, ma di certo non è chi amiamo che ci rende “giusti” o “sbagliati”.

Se mi chiedessero cosa vuol dire essere gay nel 2020, forse avrei bisogno di una rubrica a parte per rispondere. Perché io so di essere cresciuta in una famiglia che non mi ha mai reso difficile parlare di me, dei miei stati d’animo e dei vari aspetti della mia vita, ma non tutte le situazioni sono le stesse.

Conosco persone cacciate di casa perché sono gay.

Conosco chi è stato picchiato perché è gay.

Conosco chi è stato ridicolizzato perché è gay.

Conosco chi si è nascosto proprio perché è gay.

Conosco chi non ne parla in famiglia, perché “quelli sono froci”.

Ecco, se nel 2020 siamo ancora costretti a parlarne, a ricordare la storia dei moti omofili, allora i problemi esistono ancora. Se ancora da molti è considerato una malattia, dovremmo parlarne ancora di più. La migliore arma per sconfiggere l’ignoranza è la cultura, e la voglia di scoprire ciò che consideri diverso da te. La migliore arma che ho sempre utilizzato, è essere me stessa senza nascondermi: i problemi di una società non sono certo legati alla sfera sessuale di ognuno di noi.

Sono Maddalena, ho 28 anni e sono una content editor, social media manager, copywriter, fate un po’ voi. Ho gli occhi azzurri, gli occhiali, amo le fragole, il colore blu e le serie televisive. Mi piacciono il calcio, i cocktail fatti bene e la musica pop in maniera imbarazzante.

Sono Maddalena, ho studiato storia dell’arte, mi piace Nicolas Poussin e Joseph William Turner.

Sono Maddalena, felicemente fidanzata e in procinto di sposarmi.

Sono Maddalena, e sono gay.

Buon mese del Pride a tutti. Be Proud of Yourself.

di
Maddalena Oldrizzi
Content editor junior

Io sono Maddalena, sono innamorata dell’arte e la porto sempre un po’ con me.
Mi piacciono i libri, le serie televisive e il calcio. Amo scoprire cose nuove, soprattutto se posso sfogliarle!