La comunicazione ai tempi del virus. Ovvero di cosa parliamo se non possiamo parlare di prodotti.

La comunicazione ai tempi del virus.

Ovvero di cosa parliamo se non possiamo parlare di prodotti.

Se, come diceva il maestro Franco Battiato, è indubitabile che quelli che stiamo vivendo come persone e come professionisti sono “strani giorni”, è altrettanto vero che la vita ai tempi del virus sta obbligando un po’ tutti a mettere a fuoco, con grandissima velocità, temi che sono da sempre stati al centro della riflessione mia e di Pensiero visibile sulla ricerca di una comunicazione “per esseri umani”.

Improvvisamente la tecnologia e le risorse digitali, e anche il minaccioso “internet”, sono diventati quello per cui sono nati: strumenti per le persone che permettono alle persone di continuare a fare la loro vita anche in questo momento, soddisfacendo i loro bisogni più umani: parlarsi e vedersi, acquistare un paio di scarpe o il proprio cibo preferito, partecipare a corsi, guardare film e spettacoli, lavorare.

Improvvisamente, la cultura nelle sue tante forme – musica, letteratura, arte, teatro, cinema – è diventata un bene indispensabile, quello che ci resta quando siamo costretti a fermarci, e il nostro desiderio di storie da consumare o da raccontare è aumentato a dismisura.

Improvvisamente, i piani di marketing e i piani editoriali
si devono svuotare di prodotti, offerte, eventi e
promozioni, e chi non ha afferrato il cambiamento in
atto nella comunicazione dell’ultimo decennio guarda
con sgomento questo vuoto.

La domanda che mi sento fare dai clienti è: se non parliamo di prodotti di cosa parliamo?

Ci voleva il virus per far capire quello che era evidente anche prima, ovvero che dobbiamo parlare di noi, aziende ed esseri umani dentro le aziende.

  • Parliamo del fatto che, come imprenditori o come lavoratori, ci sentiamo in difficoltà e abbiamo anche paura.
  • Parliamo di quello che amiamo e che in questi giorni ci ispira.
  • Parliamo delle persone intorno a noi e della serie infinita di azioni bellissime che fanno ogni istante.
  • Parliamo della nostra storia e della nostra memoria, che ci ha portati fino a qui e che ancora ci guiderà.
  • Parliamo creativamente di come possiamo inventarci il presente e, un passo alla volta, anche il futuro.

Sono le cose di cui vi chiedevamo di parlare anche
prima e che rendono i brand molto più interessanti dei
loro prodotti. Solo che prima non ci credevate.

Forse, per rispondere a un recente post di Paolo Iabichino, è questo l’algoritmo dell’incertezza ed è inscritto nel nostro DNA di umani fin dalla notte dei tempi: raccontare storie su noi stessi per dare un senso alle cose.

di
Gaia Passamonti
Founder, storytelling specialist

Progettare un racconto d’impresa in maniera strategica è un’operazione di ingegneria narrativa, che richiede curiosità, passione, competenze trasversali e “accuratezza intellettuale”.
Laureata in letteratura greca antica quando la laurea era ancora una cosa seria, dopo una prima vita nell’arte contemporanea e nell’editoria negli ultimi 19 anni mi sono dedicata alla comunicazione. Convinta che le storie e la cultura possano davvero migliorare la nostra vita e le nostre aziende, creo e promuovo con grande passione progetti di comunicazione e formazione basati sulla narrazione all’interno di Pensiero visibile, di cui sono co-fondatrice.
Dal 2015 sono Corporate Storytelling Strategist certificata.