pensiero visibile_fabio viola

Fabio Viola – Gamification, coinvolgere le persone attraverso il gioco e la rete.

Fabio Viola – Gamification, coinvolgere le persone attraverso il gioco e la rete.

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L’ultimo appuntamento con il ciclo di incontri VISIBILIA? Un inno agli anni ‘80 e ‘90, un ritorno all’infanzia sulle ali della memoria, con il sorriso sulla bocca e gli occhi un po’ umidi. Perché se uno tra i più importanti esperti mondiali di gamification ti dice che nerd è bello e che le ore passate a videogiocare non sono state tempo sprecato, bensì momenti preziosi per la propria formazione, un po’ la tua autostima cresce. È l’effetto che Fabio Viola ha fatto a me, e a molti dei presenti in Pensiero visibile lo scorso 14 febbraio. 

Se sapete tutto sulla gamification e conoscete già Fabio, scorrete fino in fondo alla pagina e godetevi l’intervista che ci ha rilasciato. Altrimenti, buon proseguimento di lettura!

Laureato in Archeologia, coordinatore dell’Area Gaming della Scuola Internazionale di Comics di Firenze, autore del libro “L’arte del coinvolgimento” (Hoepli, 2017), engagement e game designer, docente universitario, Fabio Viola è stato più volte inserito nella top ten mondiale dei migliori gamification designer e si è guadagnato il Premio “Lezioni di Design” nell’ambito del FuoriSalone di Milano. Oggi aiuta aziende ed enti pubblici, con una specializzazione nel settore museale, a studiare nuove forme per motivare e coinvolgere i dipendenti e consumatori.

Attraverso i videogiochi – oggetto di ostracismo da parte dell’intellighenzia e di certi genitori o educatori in genere – facciamo esperienza del potere immaginifico e aggregante delle storie. Provate a osservare qualcuno mentre sta videogiocando e vi accorgerete di quanto sia profondamente  immerso a livello emotivo e motivazionale. Lo state guardando proprio mentre vive da protagonista attivo l’esperienza della vita che diventa iniziazione e formazione. Perché di fronte a messaggi come level up o game over, non possiamo fare a meno di provare gioia o rabbia, soddisfazione o frustrazione, appagamento o voglia di riprovarci. Proprio come nella vita vera. Senza contare che la rete permette di condividere tutto questo bagaglio emotivo con milioni di persone nello stesso istante.

Ecco perché ricreare la modalità del gioco in ambienti fisici in cui l’esperienza delle persone e il loro coinvolgimento sia importante – musei, scuole, università, formazione in genere, ma anche enti pubblici o aziende – vuol dire assecondare una naturale predisposizione degli esseri umani: quella di giocare e ascoltare/raccontare storie per conoscere il mondo. Ancora, vuol dire aumentare la produttività sul lavoro, velocizzare l’apprendimento e la fidelizzazione, stimolare comportamenti positivi.

Per me Fabio Viola poteva anche essere un signor nessuno, perché un archeologo che progetta videogiochi ai miei occhi rappresenta, più o meno, la perfezione della trasversalità del sapere. E ho capito di amarlo quando ha conferito al videogame la corona come miglior esempio di quanto l’essere umano sia narrativo. Personalmente mi bastava questo. Poi però Fabio ha incalzato il pubblico – davvero coinvolto e partecipe – con una riflessione su alcuni segnali culturali che legge come sintomi inequivocabili di un ritorno a una società di tipo tribale: l’ascesa del contenuto audio (qualcuno ha detto podcast?), la ricerca di coesione sociale nelle comunità online, la cultura pop come termometro delle tensioni e delle credenze.

C’è una cosa che ho sempre detestato dell’approccio didattico in voga nelle facoltà umanistiche (Scuola Holden esclusa): la spocchia. Ci vuole del coraggio a parlare agli accademici di cose come fumetti, serie tv o videogiochi, perché questo atteggiamento altezzoso e carico di presunzione inculca negli studenti che esistono forme artistiche e mezzi di comunicazione di serie a e serie b.

Che vi ritrovate o meno in questo pensiero, dopo aver guardato la breve intervista che abbiamo fatto a Fabio, la vostra opinione sui videogiochi cambierà in meglio.

Pensiero visibile - Michele Martinelli

di
Michele Martinelli
Copywriter, content strategist

Facevo il libraio, ma sono finito a fare il copywriter perché ho consigliato il libro giusto alla persona giusta.
Mi perdo senza il sorriso di mio figlio, i libri di Don Winslow, le mie chitarre e la montagna (se come meta c’è un rifugio in cui si mangia bene). Esploro sempre volentieri la Galassia lontana, lontana e sto dalla parte di quelli che il Nord non dimentica. Sono studioso di mitologia contemporanea e adoro il fantastico in tutte le sue forme narrative, perché fa nascere un senso di meraviglia sempre nuovo e rende reali i sogni più profondi.