Se togli lo storytelling, cosa resta?

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La scorsa settimana ho avuto la fortuna di partecipare alle Mantova Lectures tenute da Alessandro Baricco durante il Festivaletteratura.
Le Lectures non sono spettacoli e tantomeno lezioni, ma una forma ibrida in cui Baricco usa il metodo “connecting the dots” per partire da soggetti apparentemente lontani e riportarli a un archetipo che li collega tra loro.
È la strada che anche Pensiero visibile percorre con format come Shackleton, così congeniali alla contemporaneità eppure così poco praticati, forse perché richiedono curiosità e conoscenze negli ambiti più diversi.

 

La seconda lecture era dedicata ad Alessandro Magno o della narrazione. Partendo dall’incredibile viaggio di Alessandro alla conquista del mondo, Baricco interpretava le gesta del condottiero come una grandiosa forma di narrazione politica rivolta ai suoi sudditi, tale da convincerli a seguirlo fino ai confini del mondo conosciuto. Poi, quando non è stato più in grado di rendere questa narrazione comprensibile e condivisa, anche i suoi più fedeli lo hanno abbandonato. Questa è la forza dello storytelling, quando funziona e quando non funziona.

 

Oltre a scrivere libri Alessandro Baricco dirige a Torino la Scuola Holden, nata in tempi non sospetti per insegnare a utilizzare lo storytelling nei più diversi ambiti.
Devono essere arrivate fino lì le polemiche tutte italiane sul termine, se ha deciso di utilizzare una parte della serata per fare chiarezza su questo argomento con la seguente definizione: “sfila via i fatti dalla realtà, quel che resta è storytelling”, per cui “senza storytelling, non c’è realtà”.

“Storytelling” è un termine tecnico, e come dice Andrea Fontana, autorevole esperto italiano della materia, la questione della sua pertinenza è una “non-questione”, dal momento che viene usato da decenni nei paesi anglosassoni senza nessuno scandalo. Che poi in Italia abbiamo il problema dell’ambiguità del termine “storia”, e che la traduzione di storytelling non sia “raccontare storie” ma “congegnare narrazioni”, è questione che riguarad più l’analfabetismo di ritorno che flagella il paese che non chi si occupa di tecniche di narrazione e comunicazione.

 

Ma dire che senza storytelling non c’è realtà… certo la nostra mente funziona in maniera narrativa e l’“istinto di narrare” è davvero ancestrale nell’essere umano, ma mi sembrava comunque un’affermazione un po’ forte.

Poi questa settimana ho dovuto preparare un breve speech sullo storytelling da portare all’interno di Linecheck, un convegno sul business della musica a Milano.
La mia platea sarebbero stati gli associati di Keepon, il circuito dei live club italiani. Persone innamorate della musica, che credono così tanto nel loro lavoro da tenere aperti i club spesso tra mille difficoltà economiche e burocratiche tutte italiane, al punto che nella relazione iniziale sullo stato dell’associazione nelle voci di spesa quella dedicata alla comunicazione mancava proprio. Troppo frivolo probabilmente pensare di spendere soldi in comunicazione, laddove mancano magari le uscite di sicurezza o un impianto decente.

 

Dove si era perso il sogno della musica, delle emozioni che può dare? Di quella sensazione unica che proviamo entrando nell’atmosfera buia di un club per ascoltare il nostro gruppo preferito, o semplicemente un buon live?
Ecco, forse questo era il mondo senza storytelling. I fatti e nient’altro.

Come spiegare tutto questo in pochi minuti, come far capire che un mondo senza storytelling non solo non esiste, ma non interessa a nessuno?
Ho cercato su Wikipedia la definizione di musica, i fatti appunto: “La musica è l’arte di organizzare i suoni e rumori nel tempo e nello spazio”.
Poi ho provato ad aggiungere lo storytelling, e ho pensato a un episodio della serie tv Vynil, in cui Lester, produttore della band emergente The Nasty Beats, ripercorre per loro la storia della musica sulla base di tre accordi.

 

E allora lì mi è stato chiaro.
Se togli lo storytelling quello che resta è la realtà, ma senza gli esseri umani. Un mondo senza di noi, i nostri desideri, le nostre passioni, le nostre azioni. Un mondo che non esiste, e meno male.

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